Il fumo fa male. E’ sempre più diffusa la consapevolezza dei gravi danni alla salute causati da un ..............
Il fumo fa male. E’ sempre più diffusa la consapevolezza dei gravi danni alla salute causati da un consumo eccessivo di “bionde”. Ma in Italia ci sono almeno 70mila persone che assistono con preoccupazione all’avvento di questa nuova cultura salutista: sono gli occupati nella filiera del tabacco, concentrati soprattutto in Campania, che a causa della drastica riduzione dei contributi europei destinati alla coltivazione delle “grandi foglie”, rischiano di rimanere in massa senza lavoro.
Anni di battaglie contro il fumo nel mondo Occidentale hanno inciso sulle politiche di sostegno comunitarie, al punto che la Commissione Agricoltura del Parlamento europeo intende promuovere da quest’anno un radicale riordino del settore. In base alla riforma da tempo annunciata, i finanziamenti annualmente versati non saranno più legati alla produzione del tabacco (ormai giudicata non etica), ma dovranno confluire in un fondo per favorire la riconversione delle colture. Le richieste della filiera – che conta 30mila occupati solo in Campania – puntano ad ottenere che almeno il 50% (pari a 100 milioni di euro) della dotazione finanziaria attribuita al comparto nel Psr (Piano di sviluppo rurale) 2007-2013 sia destinata agli incentivi per la produzione del tabacco. Un modo per compensare le perdite previste, per differire l’inevitabile quanto traumatico ridimensionamento di un comparto fortemente legato ai “premi” comunitari.
Se in Europa l’Italia è il maggiore produttore di tabacco con 129mila tonnellate annue (circa il 38% del totale continentale), in ambito nazionale è la regione Campania ad assicurare quasi la metà della produzione con oltre 57mila tonnellate a stagione, equivalente al 46 per cento, per un valore di 170 milioni di euro l’anno. Delle 6.500 aziende tabacchicole campane il 90% è concentrato nelle province di Avellino, Benevento e Caserta e si divide in due grossi segmenti: quello della coltivazione e quello della trasformazione. Da sempre, su questi territori ci sono stati legami molto stretti tra la fase agricola e la fase di prima lavorazione, con stabilimenti vicini e ben integrati, tanto da costituire dei veri e propri “distretti”.
Sebbene in alcuni casi siano già stati sperimentati cambiamenti radicali delle coltivazioni, le organizzazioni agricole spiegano che forti riduzioni o riconversioni “forzate” della produzione primaria risulterebbero molto rischiose per motivi economici e sociali coinvolgendo l’intero indotto. “L’amministrazione regionale – sottolinea Vincenzo Argo, presidente dell’associazione Produttori Tabacco della Campania – deve fare la sua parte per aiutare le aziende del comparto, che sono in grado di ristrutturare ma non di riconvertire. Qualcuno suggerisce di passare alla produzione di grano, ma questa richiede 50 ore lavoro ad ettaro, quella del tabacco ne richiede 1300: le conseguenze sull’occupazione sarebbero ovvie. Senza contare il crollo del reddito”.
La realtà produttiva regionale è inoltre caratterizzata da preoccupanti elementi di debolezza strutturale, in particolare a monte della filiera. La coltivazione, praticata su una estensione complessiva di oltre 13 mila ettari, è diffusa soprattutto nelle piccole imprese agricole (il 62% ha meno di 5 ettari) spesso condotte da imprenditori anziani, e dunque poco inclini all’innovazione o alla riconversione produttiva della propria azienda. “La verità è che non sono state individuate alternative praticabili in caso di dismissione produttiva”, dice Giandomenico Consalvo di Confagricoltura. “Riteniamo quindi inaccettabile la scelta comunitaria di penalizzare un settore come quello tabacchicolo senza pensare agli effetti devastanti che questa scelta può produrre”.
DI MARCO MOLINO
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